 |
Gran
parte dell'architettura e dell'urbanistica «moderna» della
Sicilia sudorientale è legata all'evento che ha forse colpito di
più la memoria collettiva dei siciliani: il terremoto del 9 e 11
gennaio 1693.
L'orribilissimo terremoto dell'anno 1693
è stato, senza alcun dubbio, il maggiore e il più pernicioso
che tra tanti avesse danneggiato la Sicilia, e sarà sempre l'infaustissima
sua memoria luttuosa negli annali dell'Isola, tanto per la sua durazione,
quanto per la rovina apportata da per tutto. Il giorno di venerdì
9 gennaio nell'ora quarta e mezza della notte tutta la Sicilia tremò
dibattuta da terribile terremoto. Nel Val di Noto e nel Val Demone fu
più gagliardo: nel Val di Mazzara più dimesso
[...]. Ma la domenica 11 dello stesso mese, circa l'ore 21, fu conquassata
tutta la Sicilia con violentissimo terremoto, con la strage e danno non
accaduti maggiori ne' secoli scorsi 1.
Dalla lettera del conte Domenico Lacorcia,
scritta da Mazzarino il 13 gennaio ad Antonio Bulifon 2,
apprendiamo che la prima forte scossa del venerdì si fece sentire
«per lo spazio di due pater noster» e che la replica, più
violenta, fu avvertita per il tempo di «una litania cantata».
Il capitano Marco Calapar, testimone del terremoto, racconta di esser
giunto a Siracusa e da lì a Santa Croce di Messina, avendo attraversato
le città di Augusta e di Catania. Qui, durante la replica dell'
11 gennaio,
vide che alle due e mezza improvvisamente
rovinò tutta la città con la morte di più di 160
persone e che durante il terremoto si era ritratto il mare di due tiri
di schioppo e per la risacca conseguente aveva trascinato con sé
tutte le imbarcazioni che erano ormeggiate in quell'insenatura [...] state
certi che non c'è penna che possa riferire una tale sciagura 3.
Da una nota del vescovo Francesco Fortezza apprendiamo che, dei sessantaquattro
monasteri della diocesi di Siracusa, solo i tre di Butera, Mazzarino e
Terranova «sono in piede», «gli altri si trovano tutti
a terra» 4.Secondo una stima dei Senatori
di Siracusa inviata al Consiglio Supremo d'Italia a Madrid sono «rovinati
e demoliti in tutto: vescovadi n. 2, chiese n. 700, collegiate n. 22,
monasteri n. 250, città e terre n. 49, defunti n. 93.000» 5.
Dalle cronache e dalle descrizioni diffuse subito dopo il sisma 6
si ha l'idea di un enorme disastro, «un'immagine del giudizio finale»,
interpretato per lo più dai contemporanei come suprema punizione
divina per le colpe degli uomini: «memorare terremotu et non peccabis»
leggiamo infatti in uno dei documenti successivi al gennaio 1693.
Non si tratta tuttavia, per i circa sessanta centri danneggiati, di una
ricostruzione dovuta esclusivamente a danni reali; in alcuni casi, come
è stato possibile dimostrare 7, le circostanze
offrono l'occasione per avviare un'intensa opera di modernizzazione
dell'immagine urbana. Abbiamo sufficienti elementi (che emergono via via
dagli archivi) per affermare come non sempre possa riscontrarsi una precisa
corrispondenza tra danni dichiarati e reali e che esiste anzi una tendenza
ad esagerare gli effetti del sisma sul costruito.
Sembrerebbe che, nel Seicento come oggi, l'evento ricostruzione abbia
potuto tradursi in occasione più generalizzata di «sviluppo».
Certamente la memoria di vicende legate ai terremoti di questo secolo
può aiutarci a comprendere meglio tale meccanismo, ma non le cause
né gli esiti, ben diversi da quelli di oggi, sia in termini di
qualità della rinascita dello spazio urbano, sia in termini di
sforzo corale della società. Nonostante i progressi compiuti
dagli studi, la ricostruzione delle città siciliane nel segno del
Barocco è un fenomeno da esplorare ancora in tutte le molteplici
implicazioni locali; un notevole contributo tuttavia è stato offerto
negli ultimi anni per la migliore comprensione dello sviluppo e delle
trasformazioni di alcune città-chiave del Val di Noto. Queste analisi
hanno consentito, attraverso l'approfondimento delle diversificate realtà
locali, una più chiara definizione del quadro generale del fenomeno.
Uno dei nodi della conoscenza, ma molti altri ne rimangono ancora da sciogliere,
è la necessità di fare maggiore chiarezza - per quanto è
oggi possibile - circa la dimensione dei danni provocati dal sisma in
ciascuna città.
All'intensità del terremoto 8, certamente
tra i più violenti della storia di Sicilia, sembra infatti non
poter essere esclusivamente ricondotta la quantità e l'estensione
delle ricostruzioni realizzate per tutto l'arco del Settecento e oltre.
Questo è senz'altro un dato, oggi più che in passato, a
disposizione degli studiosi per una più approfondita e articolata
riflessione sull'evento ricostruzione.
La storiografia dovrà ancora interrogarsi, città per città,
sui modi di manifestarsi e sulle ragioni di un fenomeno che sempre più
si pone per la storia siciliana come momento di svolta per la riconfigurazione
dello spazio urbano, come occasione di rottura con l'immagine della città
tramandata dal passato, come esigenza diffusa di modernizzazione dell'
architettura e della città anche in senso antisismico. Perché
quest'area diviene un grande cantiere di sperimentazione dei modelli internazionali
del Barocco? Sarebbe riduttivo spiegare tale fenomeno esclusivamente come
effetto della rinascita dopo il terremoto. Questo, per quanto di forte
intensità in alcune zone più vicine all' epicentro, non
rade al suolo tutte le città del Val di Noto che rispondono, anzi,
in maniera diversificata all'evento. Sarebbe stato senz'altro possibile
«riparare» o «ristorare» molte fabbriche; è
invece prevalente da parte della committenza la volontà di imporre
una ricostru-zione secondo nuovi canoni estetici e nuovi modelli, certamente
più rispondenti agli ideali di grandiosità e rappresentatività
perseguiti ora dal potere.
Sempre più numerosi emergono dagli studi esempi di edifici che,
pur avendo riportato danni parziali (accertati attraverso la descrizione
documentaria del tipo di crollo) vengono comunque sottoposti a interventi
di integrale o semi-integrale ricostruzione; in alcuni casi si tratta
di grandi cantieri attivi nell' arco di circa centocinquant' anni.
Una conferma di tale fenomeno è costituita dalle vicende di ricostruzione
del San Giorgio di Modica, edificio tra i più emblematici della
civiltà artistica del dopo terremoto, caso che merita una riflessione.
Leggiamo in una lettera del vescovo Francesco Fortezza che la chiesa «si
trova fracassata, ma li canonici di essa, se non sono ingannati dal proprio
affetto alla loro chiesa, dicono che vi è possibilità di
risarcirsi» 9. Il danno più consistente
sembra infatti riguardare la facciata, dove rimase in piedi «menza
porta». A partire tuttavia dal 1696-97 la chiesa comincia ad essere
rifabbricata «conforme l'antica pianta», ma «su un nuovo
modello» che comporterà l'ampliamento dell'originario edificio
10. Esempi di città come Siracusa e Palazzolo
Acreide, il cui processo di trasformazione post -1693 è stato studiato
attraverso indagini sistematiche, edificio per edificio 11,
hanno rivelato un danneggiamento solo parziale, a fronte della completa
distruzione dichiarata dalle cronache del tempo e tramandata dalla storiografia
successiva. In queste città, che hanno tra l'altro mantenuto integro
l'originario tessuto urbano, l'esigenza del «riparo» ha, non
di rado, assunto la dimensione della ricostruzione necessaria,
il cui effetto più evidente è la modificazione dell'immagine
urbana. Non solo. Il processo di crescita e trasformazione edilizia -
che tra l'altro a Palazzolo porta, indipendentemente dai crolli, alla
nascita di un nuovo quartiere col conseguente sdoppiamento in due nuclei
della città 12 - continua a mantenersi attivo
per tutto l'arco del XVIII secolo ed oltre, tanto che, ancora nella seconda
metà del Settecento, continua ad esser citato nei documenti il
terremoto,a pretesto della ricostruzione di edifici 13.
I risultati di queste analisi inducono a riflettere sul comune contesto
culturale, politico e sociale che unisce il territorio del Val di Noto,
al di là delle varianti locali.
Quanto accade nella piccola città di Buscemi ne costituisce una
evidente conferma:
il fatto sismico, in cui persero la vita 900 buscemesi,
non distrusse, così come sostenuto, totalmente Buscemi. Determinanti
invece furono i suoi effetti ai fini di una nuova variante urbanistica
che avrebbe interessato il sito medievale e in modo particolare la parte
estrema sud 14.
In che misura, allora, la diffusione delle
trasformazioni di età barocca in quest' area sia il risultato di
un fenomeno di massicci danneggiamenti e quanto sia invece frutto di altre
cause (come i casi citati di città ed edifici dimostrano) è
un problema da approfondire ulteriormente, anche se già molti elementi
contribuiscono oggi ad un rinnovato giudizio storico sulla portata dell'
accaduto e sul significato ben più ampio e articolato da dare alla
ricostruzione, il cui profilo economico, sociale e culturale ha bisogno
di una evidente ridefinizione critica.
All'interno del Val di Noto si è prodotta, per effetto del sisma,
una diversificazione di situazioni che è necessario studiare caso
per caso - soprattutto riguardo alle reazioni e alle risposte di tipo
economico e sociale, in particolare dei nuovi ceti dirigenti urbani -
che producono un interessante meccanismo di «accelerazione»
del processo di rinnovamento architettonico e urbanistico.
In più di un caso, per quanto riguarda il patrimonio ecclesiastico,
si è accertata la tendenza ad esagerare i danni per trame i possibili
vantaggi economici messi in moto dall' emergenza, indirizzati prevalentemente
alla ricostruzione degli edifici religiosi 15. Lo
testimoniano lettere, suppliche, relazioni e scambi di corrispondenza
tra le varie città e la Diocesi di appartenenza.
Esagerare allora i danni per trame vantaggi: può forse essere questa
la ragione che induce un processo di trasformazioni per qualità
e quantità senza pari in Europa? Più che una causa, crediamo
si tratti invece di un effetto, le cui motivazioni possono individuarsi
nella sentita esigenza da parte della società di rinnovarsi secondo
nuovi modelli, dando una diversa forma allo spazio urbano capace di rappresentarla.
Il terremoto crea l'occasione per innescare un meccanismo di rinnovamento
su grande scala, altrimenti impensabile, le cui radici e i cui
precedenti vanno ricercati nell'epoca prima del sisma 16,
nella serie puntuale di interventi che tendono già a modificare
l'immagine della città. L'architettura si fa infatti portatrice,
tra Cinquecento e Seicento, di modelli chiaramente derivati dalla nuova
cultura rinascimentale e post-rinascimemale. in un contesto urbano che
rimane però ancora di tipo medievale.
L'utilizzazione antidogmatica del linguaggio classico
e quindi del repertorio linguistico del passato si manifesta in Sicilia
attraverso una concezione nuova dello spazio e il gusto di esperienze
mai tentate che implica l'abbandono delle regole (arrivate assai tardi
in Sicilia) che la cultura umanistica aveva recuperato tra il Quattrocento
ed il Cinquecento contrapponendole alla tradizione tardogotica 17.
A questo punto si è forse toccato
un nodo cruciale del problema. La rete di città, che caratterizza
la regione sud-orientale della Sicilia all'indomani del terremoto, ha
ereditato dall'epoca medievale un tessuto abitato mantenuto si per secoli
pressoché intatto, all'insegna di una relativa continuità
architettonica. Perfino il processo di nuove fondazioni feudali è
stato in quest'area quantitativamente più limitato, a paragone
di ciò che accade invece nella regione occidentale dell'Isola.
Sembra allora giunto il momento per la società urbana di quest'area,
an¬cora non sfiorata dalle grandi trasformazioni che avevano già
investito le principali città dell'Isola, come Palermo o Messina,
per imporre una «riconfigurazione d'insieme» dell'immagine
della città nel segno dei nuovi modelli della cultura barocca.
La morfologia urbana ereditata dal passato avrebbe consentito solo operazioni
puntuali e isolate di risistemazione, ma l'occasione che si presenta consente
ora di realizzare audaci riconfigura.zio¬ni, addirittura la rifondazione
in altro sito di alcune città 18.
Di quest'architettura siciliana, e della visione urbanistica
che le è collegata, si conoscono le occasioni esterne: a cominciare
dal terremoto che determinò la necessità di ricostruzioni
rapide e pressoché totali. Ma al di là, c'è la volontà
di rinnovare la struttura e l'assetto dei centri urbani. Il Barocco siciliano
è indubbiamente la testimonianza di uno sforzo «moderno»:
il più grandioso e il più audace, forse, che l'isola abbia
mai prodotto. V'è, in questa architettura, una evidente intenzione
modernistica 19.
Naturalmente altre ragioni, di ordine
economico e sociale, che gli studi dovranno chiarire ulteriormente, sono
rivelatrici di questa tendenza. Dopo il terremoto bisogna far fronte all'emergenza:
assicurare l'ordine, la normalizzazione delle attività, la ricostruzione
degli edifici, la sicurezza dei cittadini, la ripresa del culto, la clausura
dei monasteri, il pagamento delle somme dovute a chiese, amministrazioni
locali e stato e, soprattutto, impedire che si mettano in discussione
le gerarchie sociali. Il pericolo di ribellioni interne costituisce una
preoccupazione costante per il governo spagnolo, già messo a dura
prova dalle insurrezioni di Palermo (1647) e Messina (1678) e dal malcontento
generato da calamità naturali (l'eruzione dell'Etna del 1669, carestie
ed epidemie, in particolare del 1624).
Il viceré, preoccupato da possibili rivolte della popolazione,
fa obbligo ai baroni di fornire rifugio e assistenza ai propri vassalli
e imposta la ricostru¬zione «in rapporto a ragioni di ordine
sociale». Uzeda dà disposizioni per reperire
mezzi, materiali, maestranze che a poco a poco intraprenderanno
queste riparazioni non solo allo scopo di provvedere ad una così
impanante prevenzione, ma anche allo scopo di tenere occupati in questi
lavori la maggior parte dei villani [ ... ] sinistrati, affinché
lavorino e lascino libere le campagne, in cui la necessità e l'ozio
potrebbero esser loro di pregiudizio 20.
La ricostruzione può allora offrire
l'occasione per dare una svolta alla crisi economica e monetaria della
fine del Seicento attraverso il forte impulso dato all' edilizia.
In tal modo si cerca, tra l'altro, di allontanare il pericolo che le maestranze
vengano a costituire una forza indipendente, potenzialmente alleata delle
classi subalterne. L'urgenza della ricostruzione è inoltre «connessa
al timore di migrazioni della forza-lavoro; a Ragusa come a Lentini, a
Grammichele come a Noto, ad Avola come a Catania dominante resta l'ansia
di evitare emorragie demografiche» 21.
Potrebbero spiegarsi così i numerosissimi cantieri aperti anche
in città che hanno subito danni solo limitati e i casi di ricostruzione
di chiese e palazzi durante l'arco del Settecento.
Nel giro di pochi lustri, nelle cinquanta città
cadute furono riedificate settecento e più chiese, duecento cinquanta
conventi, ventidue collegiate e due cattedrali insigni con proventi delle
rendite dei legati e delle donazioni fatte in passato agli enti ecclesiastici,
dietro il corrispettivo obbligo di messe e di altre funzioni religiose
in tempi stabiliti 22.
Per quanto riguarda la città di
Noto, finora uno dei casi più esemplari della violenza del sisma,
sembra affermarsi, similmente che altrove, una strategia delle ricostruzione
come politica di grossi investimenti da parte dei gruppi sociali dominanti,
sostenuti dal potere centrale 23. Criteri antisismici
24 e considerazioni sul vantaggio della ricostruzione
della città in un diverso sito, meno impervio e più facilmente
accessibile alle vie di comunicazione, hanno certamente influenzato la
scelta del trasferimento sul territorio del Meri. Tuttavia, nell' accordo
di una parte della cittadinanza (clero, borghesia urbana e aristocrazia
illuminata), altre motivazioni di ordine soprattutto economico hanno giocato
un ruolo determinante per la nascita della Noto barocca. D'altra parte,
è ormai accertato che della vecchia città medievale rimanessero
in piedi, dopo il sisma, consistenti tratti di mura, del castello e di
edifici, i cui resti sono in parte, fino a oggi, ancora visibili. Eppure,
i vantaggi (solo commerciali?) che derivano dalla scelta del nuovo sito
sono tali da compensare a Noto anche la perdita dei vantaggi difensivi
della città fortificata sul monte Alveria. La nuova nasce come
città «aperta», senza fortificazioni né porte,
diversamente dalle principali città d'Europa del XVIII secolo.
Un altro caso importante è quello della città di Ragusa,
anch'essa, secondo i documenti, tra le più colpite dal sisma, ma
per la quale sarebbe oggi più giusto parlare di pretesto per la
ricostruzione. La sua rinascita, e soprattutto il parallelo sdoppiamento
nella nuova Ragusa, sono l’effetto di un concorso di ragioni, tra
le quali quelle economiche e sociali hanno certamente avuto un peso determinante.
La vecchia Ibla, d'altra parte, non sembra completamente demolita, tant'è
che può rinascere sul suo precedente tracciato con interventi edilizi
(per lo più avvenuti nel corso del Settecento) che ne segnano il
rinnovato volto barocco.
Lo studio recente 25 dell'organismo urbano
di Ragusa tra Seicento e Settecento aggiunge ora nuovi elementi a conferma
di un più articolato giudizio sulle cause della nascita della nuova
città. In tale contesto questa può considerarsi diretta
«conseguenza di decisioni prese quasi tre secoli prima» del
sisma, risultato di scelte che affondano le proprie radici in due momenti
importanti per la storia urbana: la nascita del quartiere dei Cosentini,
che abitano fuori le mura della vecchia Ragusa almeno fin dalla seconda
metà del Quattrocento, e, soprattutto, l'introduzione nella Contea
di Modica dell' enfiteusi. Questi due fatti producono un processo di profonda
contrapposizione sociale tra vecchia nobiltà feudale (i Sangiorgiari)
e nuovo ceto imprenditoriale (i Cosentini o Sangiovannari). In tale antagonismo
è in grado non solo di determinare una divisione dello spazio fisico
della vecchia città, per aree di influenza (fino a prima del terremoto),
ma perfino di imporre la nascita di una nuova città dopo il 1693
. Il tracciato di questa sembra, tra l'altro, prendere le mosse dai due
assi che hanno come punti di riferimento le chiese preesistenti di Santa
Maria delle Cateratte a nord e del Carmine a sud, estreme propaggini del
quartiere dei Cosentini nella vecchia città.
Un altro caso oggi più chiaro è anche quello di Catania.
Gli studi hanno infatti accertato come l'urbanistica «moderna»
della città non nasca interamente dopo il terremoto del 1693, ma
abbia le sue radici già nel processo di trasformazioni urbane indotto
dall'eruzione del 166926. Il segreto del «miracolo» della
ricostruzione settecentesca di Catania (ma anche delle altre città
colpite dal sisma del 1693 ) è custodito nella storia delle comunità
urbane e dei loro ceti dirigenti.
Alla fine questo volto barocco può essere considerato come lo sforzo
di ammodernamento dell'Isola (la quale non era certamente dimentica delle
fulgide esperienze: medievali che la videro al centro di interessi economici
più vasti e di quelle, ridotte, rinascimentali e manieristiche),
con l'apertura ai movimenti e ai dibattiti più vivi dell'età
barocca: dall'Arcadia all'Illuminismo27.
Dai casi di città «ricostruite»,
di cui si è discusso in queste pagine, non può che derivare
una interpretazione nuova e più articolata sul perché della
«esplosione» del Barocco in Val di Noto. Al di là della
individuazione delle occasioni esterne, quali il terremoto del 1693, gli
studi dovranno indagare ancora sulla complessità delle «varianti»
locali e sui molteplici modi di manifestarsi della tendenza al «moderno»
nel sistema urbano di quest'area, fenomeno di proporzioni così
vaste da mantenersi attivo per oltre un secolo, inducendo la quasi completa
ridefinizione dell'identità di quel territorio.
La grande civiltà dell'urbanistica del dopo terremoto non può
che suscitare nuovi orizzonti interpretativi, che superino vecchie idee
e posizioni sull'uso del territorio siciliano, o meridionale in genere,
da parte delle grandi dominazioni straniere. È certo che alla catastrofe
si offrono soluzioni di altissima qualità architettonica, espressione
di un forte coordinamento economico tra diversi gruppi sociali, che non
sembra avere paragoni. L'elevata creatività che si manifesta fa
anche riflettere sulle condizioni in cui in Sicilia il «potere lontano»
può consentire un' architettura in piena libertà rispetto
ai modelli 28 dei grandi «centri».
Grande azione di stato, dunque, e forte capacità organizzativa
sono le due condizioni che sembrano realizzare, attraverso particolari
e complicate forme di mediazione, ronda lunga degli esiti di altissima
creatività e costituiscono una risposta efficace agli effetti del
sisma.
Le scelte urbanistiche di quel dopo terremoto sono il risultato di una
storia tormentata e difficile, in cui i protagonisti riescono, alla fine,
nell'immane impresa di tramutare la sciagura in occasione 29.
È su questo ampio retro terra culturale che si
è formato il volto della Sicilia barocca, presente nei centri maggiori
e minori: un volto che si affermava non soltanto come instrumentum regni
e simbolo del potere nelle città più importanti, ma costituiva
una diffusa koiné accettata da tutti: artisti, maestranze e committenze 30.
1 A. Mongitore. Istoria cronologica de' terremoti
di Sicilia, sta nella Sicilia ricercata nelle cose più
mirabili II. Palermo 1743 (ried. del 1977, da cui si cita, p. 406).
Il terremoto del 9 e 11 gennaio 1693. di cui ricorre quest'anno il terzo
centenario, è ricordato dalle cronache come un evento «terribilissimo».
per tutto il mese di gennaio 1693, non passò giorno senza che si
sentissero altre scosse, particolarmente a Catania, Siracusa, Lentini,
Augusta e nel contado di Modica. Le repliche (circa 1500 secondo alcuni
autori) continuarono tutto l'anno e anche l'anno seguente e furono di
varia intensità, provocando ulteriori danni.
F. Aprile, Della Cronologia Universale della Sicilia, Bayona,
Palermo 1725, riferisce di altri terremoti nel 1697 e nel 1698. quest'ultimo
«così fiero che tutta la città (Caltagirone) si fracassò
e restò aperta come un granato e cascarono moltissime case [...]».
2 Relazione dé deplorabili avvenimenti che han cagionato nell'isola
di Sicilia i terremoti dé 9 e 11 gennaio 1693, scritta da Mazzarino
nella Sicilia dal Signor Conte D. Domenico Lacorcia al Signor Antonio
Bulifon: A. Bulifon, Lettere al Magliabechi, manoscritto
del 1693 della Biblioteca Nazionale di Firenze: M. Galluzzi. Sul terremoto
siciliano del 1693. Una lettera del Bulifon al Magliabechi. in «Archivio
Storico Siracusano», IV. 1975•76), pp. 103-105. cfr. inoltre
L. Trigilia, Siracusa. Distruzioni e trasformazioni urbane dal 1693
al 1942. Roma 1985. pp. 100-102: si veda a pp. 74,75.
3 Relaciòn de lo che refirio el Patron Marco Calapar que vino
de Zaragoza. Augusta y Catania en Santa Cruz de Mesina en 15 del coriente
mies de Enero de 1693, manoscritto inedito dell'Archivio segreto
del Vaticano, cfr. a pp. 70,71. Si ringrazia per la trascrizione in lingua
spagnola Victoria Soto Caba e per la traduzione in italiano Pino Di Stefano.
4 Monasteriy di monache della Diocesi di Siracusa, nota che accompagna
la lettera del Vescovo Francesco Fortezza al papa (22 febbraio 1693),
pubblicata da L. Trigilia, Siracusa ... , cit., pp. 108-110, cfr. a p.
78.
5 Relazione dei Senatori di Siracusa al Consiglio Supremo d'Italia
a Madrid intorno al terremoto del 1693: P. Boccone, "Museo di
Fisica ed esperienze», II, Venezia 1697; la relazione è pubblicata
da
L. Trigilia, Siracusa ... , cito pp. 121-126, cfr. a p. 68.
6 I dati e le notizie riportati dalle cronache o da descrizioni del terremoto
si rivelano spesso contraddittori. Risulta perciò importante confrontare
più documenti, possibilmente atti ufficiali. Riguardo, ad esempio,
alle vittime del terremoto le notizie sono estremamente discordanti; per
la Relazione dei Senatori di Siracusa ... , cit., i morti sono 93.000,
secondo il manoscritto anonimo Il gran terremoto del 1693 in Siracusa
sarebbero 26.000: L. Trigilia, Siracusa ... , cit., pp. 116-117,
cfr. a p. 82. F. Aprile, Della cronologia ... , cit., riportando
gli «Estinti nelle rovine del terremoto», osserva: «rapporterò
qui la strage delle persone quasi d'ogni popolazione per potersene conietturare
ancora le rovine degli edifici; avvegnaché non sia in tutte argomento
infallibile, poiché in alcune fu grande il danno delle fabbriche,
minore, e non corrispondente la perdita degli uomini, che con maggiore
accorgimento si sottrassero al pericolo dopo il terremoto del venerdi.
.. ».
7 Si veda in proposito L. Trigilia, Siracusa ... , cit., pp.
17-32 e pp. 69-82.
8 In proposito: M. Barbano, M. Cosentino, Il terremoto siciliano dell'll
gennaio 1693, in «Atti del Congresso sul Progetto Finalizzato
di Geodinamica», Udine 1982.
9 Relazione distinta del terremoto di Siracusa, scritta dal vescovo
Francesco Fortezza al papa il 22 febbraio 1693, pubblicata da L. Trigilia,
Siracusa ... , cit., pp. 102-107, cfr. a p. 75.
10 Si veda in proposito P. Nifosì, Mastri e maestri nell'architettura
Iblea, Milano 1985, pp. 11-13; inoltre di P. Nifosì, G. Morana,
La chiesa di San Giorgio di Modica, Modica 1993, in cui si ricostruisce
la storia dello straordinario cantiere tardobarocco alla luce dei nuovi
riscontri documentari, che portano al nome dell'architetto Paolo Labisi
di Noto come probabile progettista del primo ordine della facciata da
costruire ex novo a partire dal 1761. Un documento del 1776 fa riferimento
ad un «muro della facciata vecchia» sfabbricato per far posto
alla nuova facciata.
11 Cfr. L. Trigilia, Siracusa ... , cit.; inoltre G. Oberti, L. Trigilia,
Palazzolo Acreide, archi¬tettura e città dopo il terremoto
del 1693. Contributi per lo studio, la tutela e la conservazione del patrimonio
architettonico a rischio sismico, Palermo 1989.
12 «Dopo il terremoto del 1693 si pensò da' paesani di riedificare
tutto l'abitato nella parte di sopra, per essere sito più commodo
e primo vi si portò la Chiesa Madre in una commoda baracca [ ...
] ma poiché non s'effettuò il disegno dopo la dimora d'anni
cinque altra volta si trasferì nell'antico sito»: P.G. Leone
da Palazzolo, Notizia storico cronologica o selva di memorie patrie,
ms. 1763, f. 113, n. 42.
Nel dopo terremoto si vuole dare impulso ad una tendenza di sviluppo della
città verso il più alto e meglio esposto quartiere di San
Sebastiano. Tale processo coincide, di fatto, con lo sdoppiamento della
città in due quartieri e con lo sviluppo di un nuovo «centro»
cittadino.
13 Si veda ad esempio la storia della fabbrica della nuova chiesa di San
Giuseppe a Sira¬cusa: L. Trigilia (a cura di), Siracusa, quattro
edifici religiosi, Analisi e rilievi, Palermo 1990.
14 R. Acquaviva, Buscemi. Storia e immagini, Caltanissetta 1988,
p. 15.
15 Cfr. Relazione distinta del terremoto di Siracusa, cit: [
... ] nella città di Palermo d'ordine del Signor viceré
s'ha formato una giunta di Mlonsignor Arcivescovo, e d'altre persone ecclesiastiche
per la sovvenzione delli Monasterij, e Chiese, e per ogni altro appartenente
allo stato ecclesiastico di questa miserabile Diocesi, cfr. a p. 75. F.
Aprile, Della cronologia ... , cit., riferisce che il Duca di
Camastra, vicario generale del viceré, osservate le rovine di Caltagirone,
«diede gli ordini opportuni; dispose che si dovessero impiegare
alla ristorazione delle chiese e delle fabbriche pubbliche quanto si riscuotea
dalle gabelle, parte dè salarj dè ministri della città,
e delle spese sacre, e politiche, e la quinta parte dè censi. fondati
sopra il patrimonio della città [ ... ]». L'Aprile mette
tuttavia in guardia sulle «esa¬gerazioni» dei danni, riportando
quanto scrive Fra Domenico Guglielmini che «prosiegue esagerando
la rovina dé conventi».
16 il periodo storico tra Rinascimento e Barocco è stato in realtà
trascurato dalla storiogra¬fia che ha identificato nel terremoto del
1693 «la molla di innesto per la rivoluzione culturale del territorio
della Sicilia sud-orientale», «relegando nell' oblio le preesistenze,
ovvero registrandole soltanto come isolati frammenti»; M. Giuffrè,
Presentazione al volume di M.R. Nobile, Architettura religiosa negli
Iblei. Dal Rinascimento al Barocco. Palermo 1990.
17 S. Boscarino, Rileggere il Barocco siciliano, in M. Fagiolo, L. Trigilia,
(a cura di), Il Barocco in Sicilia tra conoscenza e conservazione, Palermo
1987, pp. 223-224.
18 Si veda in proposito M. Aymard, La città di nuova fondazione
in Sicilia, in Storia d'Italia. Annali, 8, Torino 1985,
pp. 407-414. «Quel terremoto e l'esperienza della ricostruzione
non ebbero solo un imparto fisico e la risposta corrispondente. Essi generarono
un movimento culturale, che investì al tempo stesso cultura alta
e cultura bassa, e creò in turta l'area predisposizioni al "moderno"
che introducono al Settecento e concorrono a spiegare i diversi cararteri
della civiltà isolana tra la Sicilia orientale e l'occidentale»:
G. Giarrizzo, 300 anni dopo, in «La Sicilia», Dossier
(9 gennaio 1993).
19 G.C. Argan, Introduzione a F. Minissi, Aspetti dell'architettura
religiosa del Settecento in Sicilia, Roma 1958.
20 Lettera del viceré Uzeda al re di Spagna del 5 febbraio 1693,
Archivio Generale di Simancas, Estado, 3507/10, c. 3: A. Guidoni
Marino, Grammichele, in Storia dell'Arte Italiana, Inchieste
sui Centri Minori, 8, pp. 407-442.
21 G. Giarrizzo, La città lineare, in «La Sicilia»
(l1 ottobre 1993).
22 Dal documento riportato da V. Casagrandi, La resurrezione della
Catania religiosa dopo il terremoto del 1693, in «Archivio
Storico della Sicilia Orientale», III, 1906, pp. 81-84.
23 Cfr. S. Tobriner, The Genesis of Noto, London 1982, edizione italiana
a cura di C. Latina, Bari 1989.
24 S. Tobriner, The Genesis..., cit.
25 M. Caruso, E. Perra, Ragusa, genesi di un organismo urbano tra
Seicento e Settecento, in «Quasar», n. 4-5, 1991, pp.
118-22. Si veda inoltre G. Flaccavento, Uomini, campagne e chiese
nelle due Raguse, Modica 1982. Cfr. le pp. 37-40.
26 G. Pagnano, Il disegno delle difese. L'eruzione del 1669 e il riassetto
delle fortificazioni di Catania, Catania 1992.
27 S. Boscarino, Rileggere il Barocco ... , cit., p. 224.
28 M. Manieri Elia, in M. Fagiolo, L. Trigilia, Il Barocco in Sicilia
... , cit., pp. 216-217.
29 G. Giarrizzo, Prefazione a G. Pagnano, Il disegno
... , cit.
30 Boscarino, Rileggere il Barocco ... , cit., p. 224.
|
 |
 |